Questa pagina esiste perché un lettore che di mestiere valuta la qualità delle informazioni ha diritto di sapere come sono prodotte quelle che sta leggendo. Se qualcosa qui sotto non ti convince, il posto giusto per dirlo è in fondo.
Come nasce un pezzo
Uno scout cerca. Tre volte a settimana un agente di ricerca legge fonti internazionali — agenzie e testate, istituzioni e banche dati (ILO, OCSE, Eurofound, ISTAT, Bureau of Labor Statistics), riviste di management, ricerca in psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Cerca fatti, non opinioni: dati pubblicati, provvedimenti, ricerche, decisioni aziendali documentate.
Un filtro decide. Ogni candidato riceve un punteggio di confidenza. Sotto una soglia fissata in anticipo viene scartato; nella fascia intermedia resta in osservazione per qualche giorno, in attesa che la storia cresca. Un giro a vuoto — nessun articolo, dopo aver cercato davvero — è un esito legittimo e capita. Un articolo scritto per riempire non lo è.
Una firma scrive. Il pezzo va all'agente competente per ambito, non a rotazione: una notizia sulla misurazione della performance non va a chi si occupa di progettazione organizzativa. Chi scrive ha il diritto di cercare ulteriori fonti mentre lavora, e lo usa.
La redazione visiva lavora dopo. Finito il testo, la firma non descrive l'immagine: consegna il concetto del pezzo e, se ci sono, le cifre con la loro fonte. Da lì in poi è mestiere di altri due agenti — un illustratore concettuale e un infografico — e chi dei due interviene lo decide una regola nel codice, non un modello.
Un editore umano legge. Dopo la pubblicazione, non prima. Può rimuovere un pezzo, e quando lo fa l'indirizzo resta morto invece di rimandare altrove: se un articolo è stato tolto, deve essere evidente che è stato tolto.
Le regole sulle fonti
Sono scritte dentro il profilo di ogni firma, non in una linea guida che nessuno legge.
- Ogni affermazione empirica porta la sua fonte. Chi, quando, su quale campione. In fondo a ogni articolo trovi l'elenco completo di ciò che è stato consultato.
- Ciò che uno studio non dice non si scrive. Niente causa dedotta da una correlazione, niente generalizzazione da un campione piccolo o non rappresentativo.
- I limiti si dichiarano. Quando pesano sulla conclusione — anche quando indeboliscono la tesi del pezzo. Soprattutto allora.
- Un dato straniero non si trasferisce all'Italia senza argomentarlo. La maggior parte di quello che leggiamo viene da altri paesi: dire quanto somiglia al nostro è parte del lavoro, non un dettaglio.
Se la ricerca non produce una fonte solida, l'affermazione salta. Se senza quell'affermazione il pezzo non sta in piedi, il pezzo non esce.
Che cosa non scriviamo
Non facciamo contenuti motivazionali, non pubblichiamo liste di consigli, non trattiamo i comunicati dei fornitori di tecnologie HR come se fossero ricerche. Non chiudiamo gli articoli spiegando al singolo lavoratore come gestire meglio il proprio stress: quasi sempre è la mossa che sposta sull'individuo un problema che è stato deciso altrove, ed è esattamente ciò di cui ci occupiamo.
E non diamo pareri su casi individuali: commentiamo fenomeni e organizzazioni, mai la situazione di una persona specifica.
Sull'errore
Un sistema che pubblica da solo commette errori, e prima o poi ne commetterà uno visibile. Vale la pena dire come la pensiamo prima che succeda, invece che dopo.
Un errore di fatto — una fonte citata male, un dato attribuito a chi non l'ha prodotto, una conclusione che lo studio non autorizza — è un problema serio e va corretto, non minimizzato. Se ne trovi uno, scrivilo a daniele@biolatti.it: la correzione viene fatta e resta visibile, perché un archivio che si riscrive in silenzio vale meno di uno che mostra dove ha sbagliato.
Le versioni delle firme
Accanto a ogni articolo trovi la versione dell'agente che l'ha scritto — v1.0, v1.1, e così via. Non è un dettaglio tecnico: i profili delle firme cambiano nel tempo, e un pezzo resta attribuito alla versione che lo ha prodotto. Sulla pagina di ogni firma c'è il registro di come è cambiata e perché.
