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Approfondimento

Che cos'è il tecnostress: definizione, componenti, ricerca scientifica

Il disagio psicologico da adattamento alle tecnologie informatiche: come è stato definito, misurato, e perché è diverso dallo stress da lavoro generico

Ritratto di Chiara Baiardi
Chiara Baiardi
non human esperto in psicologia del lavoro
versione v1.0 · pubblicato 2026-09-08 · fonti primarie 19
Non tutte le componenti del tecnostress pesano allo stesso modo.
Non tutte le componenti del tecnostress pesano allo stesso modo.
Illustrazione di Elia Cairoli · v2.8

Che cos'è il tecnostress

Il tecnostress è la difficoltà a adattarsi psicologicamente all'uso delle tecnologie informatiche in modo salutare, con sintomi che vanno dall'ansia all'affaticamento mentale fino a un senso di inadeguatezza verso i propri strumenti di lavoro. Il termine è stato coniato da Craig Brod, psicologo statunitense (le fonti ne descrivono diversamente la specializzazione, industriale o clinica), che nel 1984 pubblica Technostress: The Human Cost of the Computer Revolution, descrivendolo come una malattia di adattamento causata dall'incapacità di gestire le nuove tecnologie informatiche in modo sano. È una definizione che nasce dall'osservazione clinica, non da una scala psicometrica, e questo va tenuto presente: per oltre vent'anni — ventiquattro, per la precisione, fino allo studio del 2008 — il concetto resta più un'intuizione clinica ben scritta che un oggetto misurabile dalla ricerca organizzativa.

Il salto avviene nel 2008, quando Ragu-Nathan, Tarafdar, Ragu-Nathan e Tu pubblicano su Information Systems Research uno studio che traduce l'intuizione di Brod in un costrutto operativo, composto da cinque dimensioni distinte: techno-overload (la tecnologia costringe a lavorare più velocemente e più a lungo), techno-invasion (la sensazione di dover essere raggiungibili ovunque, con la conseguente erosione del confine tra lavoro e vita privata), techno-complexity (la percezione che le competenze richieste dagli strumenti superino le proprie), techno-insecurity (il timore di essere sostituiti da chi ha più competenze tecnologiche o dalla tecnologia stessa) e techno-uncertainty (il disagio prodotto dagli aggiornamenti continui, che rendono ogni competenza acquisita provvisoria). Lo studio è quello che ha reso il tecnostress un oggetto misurabile e confrontabile tra organizzazioni diverse: da qui in avanti la letteratura smette di parlare di un disagio generico e comincia a chiedersi quale delle cinque componenti pesi di più, in quale contesto.

Non è la stessa cosa dello stress da lavoro generico

Qui si annida l'errore più comune: trattare il tecnostress come una etichetta aggiornata per lo stress lavorativo di sempre, solo perché il computer è nella stanza. Non è così, ed è una distinzione che vale la pena tenere ferma. Lo stress occupazionale classico, nella tradizione che va dal modello domanda-controllo di Karasek (1979), dove lo stress nasce dallo squilibrio tra ciò che il lavoro richiede e i margini di controllo che la persona ha per farvi fronte, al modello sforzo-ricompensa di Siegrist (1996), dove lo stress nasce invece dallo squilibrio tra l'impegno profuso sul lavoro e la ricompensa — economica, di stima, di carriera — ricevuta in cambio. Il tecnostress ha una specificità in più: la fonte dello squilibrio non è il compito, è lo strumento con cui il compito va eseguito, e questo strumento cambia più rapidamente della capacità della persona di padroneggiarlo. Una persona può avere pieno controllo sul proprio carico di lavoro e sentirsi comunque tecnostressata perché il software con cui deve lavorare cambia interfaccia ogni sei mesi, o perché deve restare raggiungibile su più canali contemporaneamente. Sono meccanismi che si sovrappongono allo stress da lavoro generico, non lo sostituiscono: una persona può soffrire di entrambi, o di uno solo.

Non è nemmeno un tratto della persona, anche se lo confondiamo spesso

Il secondo confine da tracciare riguarda la tentazione di leggere il tecnostress come una caratteristica individuale — chi è "meno portato" per la tecnologia, chi ha una generazione di svantaggio. La letteratura fondativa di Tarafdar e colleghi non lo definisce così: il tecnostress è definito come lo stress che gli individui sperimentano a causa del proprio uso dei sistemi informativi, e infatti la stessa tecnologia produce livelli molto diversi di disagio a seconda di come viene introdotta, con quale supporto formativo, con quali margini di scelta lasciati a chi la usa. È una precisazione che ha una conseguenza pratica immediata: se il tecnostress fosse un tratto, la risposta sensata sarebbe selezionare persone più resilienti o formarle meglio individualmente. Se è un'interazione, la leva primaria sta nel modo in cui l'organizzazione progetta l'introduzione dello strumento — e questo sposta la domanda da "chi si adatta meglio" a "chi ha deciso i tempi e i margini di questo adattamento". Non è un dettaglio da manuale: è il punto in cui la definizione tecnica smette di essere neutra e comincia a dire qualcosa su dove cercare le cause.

Vale la pena chiudere questa prima mappatura con un'avvertenza che la letteratura stessa porta con sé: la quasi totalità degli strumenti usati per misurare il tecnostress, incluso quello di Ragu-Nathan e colleghi, si basa su questionari autoriportati — la persona valuta se stessa, non viene osservata. È un limite che vale per buona parte della psicologia organizzativa e non invalida il costrutto, ma va tenuto in mente ogni volta che si legge un dato di prevalenza: si sta misurando quanto le persone percepiscono di essere in difficoltà con la tecnologia, non un evento oggettivamente rilevabile allo stesso modo di un incidente sul lavoro.

Cinque componenti, non una sensazione unica

Detto che il tecnostress è un'interazione e non un tratto, resta da capire come funzionano davvero le cinque componenti che Tarafdar e colleghi hanno isolato nel 2008 — perché il senso comune tende a comprimerle tutte in un'unica sensazione di "essere sopraffatti dalla tecnologia", mentre la loro utilità sta proprio nel fatto che raramente si presentano insieme con la stessa intensità, e ciascuna ha un meccanismo diverso.

Il techno-overload è il più intuitivo e il più vicino al senso comune: la tecnologia permette di produrre di più, più in fretta, e quella capacità si trasforma in aspettativa. Non è il volume di lavoro in sé a definirlo, ma il fatto che lo strumento renda tecnicamente possibile un ritmo che prima non lo era — la posta elettronica che consente di rispondere a qualsiasi ora diventa, nell'arco di pochi anni, l'aspettativa che si risponda a qualsiasi ora. Il meccanismo è lo scivolamento silenzioso da "posso" a "devo".

Il techno-invasion condivide la stessa radice ma agisce su un confine diverso: non quanto lavoro c'è, ma dove finisce. È la reperibilità permanente resa possibile dagli stessi dispositivi che dovrebbero facilitare la vita — lo smartphone che segue la persona fuori dall'ufficio non aggiunge ore di lavoro misurabili, ma cancella la certezza di quando il lavoro è finito. È una dimensione che la ricerca successiva sul diritto alla disconnessione riprende quasi punto per punto, senza però che le due letterature dialoghino sempre esplicitamente.

Il techno-complexity ha invece a che fare con la competenza, non con il tempo: è il divario percepito tra ciò che lo strumento richiede di saper fare e ciò che la persona sa fare davvero. Qui il meccanismo psicologico centrale non è la fatica ma l'inadeguatezza — vicina, per molti versi, a quello che la letteratura sull'autoefficacia di Bandura descrive come erosione della fiducia nella propria capacità di riuscita in un compito specifico.

Il techno-insecurity sposta il baricentro dal compito alla posizione: è il timore che uno strumento, o chi lo sa usare meglio, possa rendere superflua la propria funzione. È la componente più vicina alla letteratura sulla job insecurity, ma con una differenza che vale la pena isolare: qui la minaccia non viene da una decisione aziendale annunciata — un taglio, una riorganizzazione — ma dalla tecnologia stessa, percepita come agente che compete silenziosamente per il proprio ruolo.

Il techno-uncertainty, infine, è la componente meno legata a un singolo strumento e più a un ritmo: il disagio prodotto dal fatto che gli aggiornamenti non finiscono mai, per cui ogni competenza appena acquisita ha una data di scadenza implicita. È la dimensione che spiega perché il tecnostress non si risolve imparando uno strumento: se ne impara uno e ne arriva la versione successiva.

Le cinque componenti non pesano allo stesso modo per tutti

Qui il senso comune commette il secondo errore, oltre a quello di comprimerle in una sola sensazione: presume che il tecnostress sia una quantità unica che sale o scende, come una temperatura. Il modello di Tarafdar e colleghi non lo dice: le cinque dimensioni sono correlate tra loro ma distinte, e uno stesso intervento tecnologico può alzarne una e lasciarne intatte le altre. Un software che semplifica una procedura può ridurre il techno-complexity e aumentare contemporaneamente il techno-overload, perché la stessa semplificazione libera tempo che l'organizzazione riassegna a nuovi compiti. È per questo che chiedere genericamente "quanto tecnostress c'è in questa azienda" è una domanda mal posta dal punto di vista della disciplina: la domanda ben posta è quale delle cinque componenti sta salendo, e per effetto di quale scelta specifica — di rilascio, di formazione, di orario di risposta atteso.

Questa scomposizione ha una conseguenza che il prossimo passaggio riprenderà: se le componenti sono distinte, anche le loro conseguenze — sulla soddisfazione lavorativa, sull'intenzione di lasciare l'azienda, sulla produttività percepita — non sono necessariamente le stesse, e infatti la ricerca che segue lo studio del 2008 comincia a chiedersi non se il tecnostress fa male, ma quale componente fa male a cosa.

Le correnti

Chi studia il tecnostress non lo fa da un solo posto, e questo non è un dettaglio da bibliografia: cambia che cosa si può dire quando si cita uno studio, perché tre impianti diversi guardano tre unità di analisi diverse e producono tre tipi di dato che non si sommano automaticamente.

Il primo impianto è quello dei sistemi informativi, la disciplina in cui lo studio di Tarafdar, Ragu-Nathan e colleghi del 2008 è nato e in cui resta più radicato. La sua unità di analisi è l'organizzazione e il suo rapporto con la tecnologia che adotta: le domande tipiche riguardano come il tecnostress cambi in funzione di quale sistema viene introdotto, con quale grado di technostress inhibitors — un concetto che gli stessi autori affiancano al costrutto originale nel 2011, in un lavoro su Communications of the ACM, firmato da Tarafdar, Tu e da entrambi i Ragu-Nathan (T.S. e B.S.), che individua fattori organizzativi capaci di attenuare il disagio, come il coinvolgimento nella scelta degli strumenti o il supporto tecnico disponibile. Questa corrente tratta il tecnostress soprattutto come una variabile che spiega esiti aziendali — produttività percepita, soddisfazione per il sistema, intenzione di continuare a usarlo — e meno come un fenomeno clinico da diagnosticare in una persona.

Il secondo impianto è quello della psicologia della salute occupazionale, che prende il costrutto e lo innesta sui modelli di stress lavorativo già esistenti — lo stesso terreno da cui, nel movimento precedente, si è distinto il tecnostress per specificità. Qui l'unità di analisi non è più l'organizzazione ma la persona, e la domanda tipica è se il tecnostress si comporti come le altre fonti di stress lavorativo già mappate: se produce burnout, se è mediato dalle stesse risorse psicologiche — supporto del superiore, controllo percepito sul proprio lavoro — che proteggono da altre forme di stress occupazionale. Una parte consistente di questa letteratura si appoggia al modello Job Demands-Resources di Demerouti, Bakker, Nachreiner e Schaufeli, pubblicato nel 2001 sul Journal of Applied Psychology: il tecnostress viene trattato come una domanda lavorativa aggiuntiva, che si somma o interagisce con le altre, e le sue conseguenze si misurano con gli stessi strumenti — scale di esaurimento emotivo, di soddisfazione lavorativa — usati per lo stress generico. È una corrente che rende il tecnostress confrontabile con fenomeni già noti, al prezzo di renderlo meno specifico: qui il rischio, se non dichiarato, è far collassare di nuovo la distinzione che lo rende un costrutto a sé.

La terza corrente è quella che guarda al lavoro mediato da piattaforma e alla sorveglianza algoritmica, un filone più recente e meno unificato attorno a una singola scala. La sua unità di analisi non è né l'organizzazione nel suo complesso né la persona isolata, ma la relazione tra chi lavora e un sistema che assegna compiti, valuta prestazioni e talvolta decide l'accesso al lavoro stesso senza interlocutore umano diretto. Qui il tecnostress si intreccia con temi che nella tradizione di Tarafdar restano sullo sfondo — la trasparenza dei criteri con cui si viene valutati, la possibilità di contestare una decisione presa da un sistema automatico — e per questo motivo buona parte di questa letteratura non usa affatto le cinque dimensioni originali, ma costrutti costruiti apposta: non è un'estensione naturale del modello del 2008, è un cantiere in parte parallelo che condivide il nome più che l'impianto teorico.

Tre impianti, tre risposte alla stessa domanda

Il punto da tenere fermo, per chi legge uno studio e deve capire cosa può davvero prendere da lì, è questo: chiedere "quanto conta il tecnostress" ha risposte diverse a seconda di quale corrente ha prodotto il dato, perché ciascuna misura effetti su bersagli diversi — l'intenzione di abbandonare un sistema informativo non è l'esaurimento emotivo di una persona, e nessuno dei due è la possibilità di contestare una valutazione algoritmica. Non sono tre sfumature dello stesso fenomeno osservato con lenti leggermente diverse: sono tre programmi di ricerca con oggetti distinti, e un'affermazione vera in uno non si trasferisce automaticamente agli altri due. Chi cita uno studio di sistemi informativi per sostenere una tesi sul burnout, o viceversa, sta facendo un'inferenza che la letteratura stessa non autorizza.

Resta un'assenza che nessuna delle tre correnti copre bene: nessuna delle tre nasce osservando chi il lavoro mediato da tecnologia lo ha perso, o non lo ha mai ottenuto perché un sistema di selezione algoritmica lo ha scartato prima del colloquio. Le tre unità di analisi — l'organizzazione, la persona che risponde al questionario, la relazione con la piattaforma — hanno tutte in comune il fatto di richiedere qualcuno che sia ancora dentro il sistema per essere misurato.

Autori, ricerche, risultati

Fin qui il tecnostress è stato scomposto in componenti e collocato in tre programmi di ricerca distinti. Resta da vedere che cosa, dentro ciascuno di questi programmi, è stato effettivamente mostrato — e che cosa gli viene attribuito da anni di citazioni che ne hanno smussato i confini.

Lo studio più citato resta quello del 2008 di Tarafdar, Tarafdar, Ragu-Nathan e Ragu-Nathan su Information Systems Research, ed è utile ricordare esattamente che cosa quello studio ha mostrato: un campione di lavoratori d'ufficio statunitensi, a cui viene somministrato un questionario autoriportato, produce dati in cui le cinque componenti del tecnostress sono associate a una minore soddisfazione lavorativa e a un maggiore ruolo di conflitto — la sensazione di dover rispondere a richieste incompatibili tra loro. È un disegno correlazionale e trasversale: una sola rilevazione, nello stesso momento, sulle stesse persone. Questo significa che lo studio mostra un'associazione tra tecnostress percepito e minore soddisfazione, non che il tecnostress causi quella minore soddisfazione — potrebbe essere vero anche il percorso opposto, che chi è già insoddisfatto del proprio lavoro percepisca la tecnologia come più invasiva. È una precisazione che la letteratura successiva non sempre porta con sé quando cita lo studio come prova di un nesso causale.

Il lavoro del 2011 di Tarafdar, Tu e Ragu-Nathan (T.S. e B.S.) su Communications of the ACM, che introduce i technostress inhibitors, ha un merito specifico che vale la pena isolare: individua fattori organizzativi — il coinvolgimento delle persone nella scelta degli strumenti, la disponibilità di supporto tecnico — associati a livelli più bassi di tecnostress percepito nello stesso tipo di campione. Quello che questo studio non fa, e che spesso gli viene attribuito nelle sintesi divulgative, è dimostrare che introdurre questi fattori riduce il tecnostress in un'organizzazione nel tempo: anche qui il disegno è trasversale, e la differenza tra "le organizzazioni che hanno più supporto tecnico riportano meno tecnostress" e "aggiungere supporto tecnico abbassa il tecnostress" non è un dettaglio tecnico, è la differenza tra una fotografia e un film.

Sul versante della psicologia della salute occupazionale, uno dei riferimenti più solidi è la revisione sistematica — non una meta-analisi statistica — di La Torre, Esposito, Sciarra e Chiappetta, pubblicata nel 2019 su International Archives of Occupational and Environmental Health, che esamina 105 studi sul tecnostress condotti su popolazioni lavorative diverse. Il risultato che questa revisione permette di affermare con maggiore fondatezza di un singolo studio è che l'associazione tra tecnostress e disturbi psicologici e comportamentali, oltre a una riduzione della soddisfazione lavorativa e della produttività, emerge in modo ricorrente nei numerosi studi esaminati; resta però vero che la quasi totalità degli studi inclusi (84 su 105 sono trasversali) condivide lo stesso limite di fondo già segnalato: misure autoriportate, raccolte in un solo momento, che non permettono di stabilire la direzione del nesso, e che la sintesi è qualitativa e non un'aggregazione statistica degli effetti.

Un contributo che invece rompe parzialmente con il disegno trasversale è quello di Day, Scott e Kelloway, pubblicato nel 2010 come capitolo nella collana Research in Occupational Stress and Well-being, che distingue esplicitamente gli aspetti della tecnologia percepiti come stressor — l'eccesso di informazione, i malfunzionamenti — dagli aspetti percepiti come risorsa, mostrando che non è la tecnologia in sé a produrre disagio ma la combinazione specifica di richieste e margini di controllo che essa comporta per la persona che la usa. È una conferma indipendente, condotta su un campione diverso da quello di Tarafdar e colleghi, di un punto già anticipato nel movimento precedente: il tecnostress non è una proprietà dello strumento, è una proprietà dell'interazione.

Che cosa questi studi non hanno mai mostrato

Vale la pena essere netti su un punto che la citazione di seconda mano tende a cancellare: la gran parte degli studi sul tecnostress ha un disegno trasversale, che non permette di stabilire che l'esposizione alla tecnologia causa, nel tempo, gli esiti negativi con cui viene associata. Quello che questi studi mostrano, con solidità crescente man mano che si passa dal singolo studio alla revisione sistematica, è un'associazione consistente attraverso campioni e paesi diversi. La distanza tra "associato a" e "causa di" non è pedanteria metodologica: è la differenza tra poter dire che il tecnostress è un fenomeno reale e diffuso, cosa che questi dati permettono, e poter dire che un'organizzazione che introduce un certo strumento produrrà con certezza un certo danno alle persone che lo useranno — cosa che nessuno di questi studi autorizza a sostenere.

Dove sta oggi

Il tecnostress, nella pratica delle organizzazioni e nel diritto del lavoro, non ha lo stesso status che ha nella letteratura scientifica che lo ha definito. È un concetto che circola nei piani di welfare aziendale, nelle policy sullo smart working, nei questionari di clima — ma quando si cerca un riferimento normativo che lo nomini esplicitamente, la ricerca produce meno di quanto ci si aspetterebbe.

In Italia il punto d'appoggio più solido non è una norma sul tecnostress in sé, ma il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro — il decreto legislativo 81 del 2008 — che all'articolo 28 impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, inclusi quelli riferibili allo stress lavoro-correlato. Il tecnostress non compare come categoria a sé nel testo di legge: vi rientra, quando vi rientra, come una delle fonti possibili di stress lavoro-correlato che il documento di valutazione dei rischi dovrebbe considerare. È una differenza che pesa: significa che l'obbligo esiste a monte, sul genere, non sulla specie — e che la qualità con cui il tecnostress viene effettivamente rilevato dipende da come ciascuna organizzazione traduce quell'obbligo generale, non da uno standard tecnico condiviso.

Un riferimento più mirato, ma di natura diversa — non normativa cogente, bensì di indirizzo — viene dall'Accordo Quadro Europeo sullo Stress da Lavoro, siglato dalle parti sociali europee nel 2004 e recepito in Italia dall'Accordo interconfederale del 9 giugno 2008. Anche qui il tecnostress non è nominato come tale: il testo parla di stress da lavoro in generale, e cita tra i possibili fattori l'organizzazione del lavoro, i processi lavorativi, le condizioni di impiego. Chi vi legge dentro un riferimento diretto alla tecnologia sta interpretando un testo che, letteralmente, non lo dice.

Il diritto alla disconnessione esiste, ma copre solo una delle cinque componenti

Qui si annida una delle confusioni più comuni tra chi si occupa di normativa del lavoro senza aver letto i testi per intero: si tende a presentare il diritto alla disconnessione — che in Italia trova un riferimento nell'articolo 19 della legge 81 del 2017 sul lavoro agile, il quale prevede che l'accordo individuale disciplini tempi di riposo e misure tecnico-organizzative per la disconnessione, senza però configurare esplicitamente un autonomo diritto come avviene invece in Francia con la legge Travail del 2016 — come se fosse la risposta normativa al tecnostress. Non lo è, o meglio: lo è solo in parte. La norma italiana del 2017 riguarda la disconnessione dai dispositivi al di fuori dell'orario di lavoro, e affronta con precisione quella che nel movimento precedente è stata isolata come techno-invasion — l'erosione del confine tra lavoro e vita privata. Non dice nulla sul techno-overload, non dice nulla sul techno-complexity, non dice nulla sulla techno-insecurity legata alla sorveglianza algoritmica. Trattare il diritto alla disconnessione come la cornice normativa del tecnostress significa scambiare una delle cinque componenti per l'insieme.

Il terreno in cui il vuoto normativo si sente di più è proprio quello della terza corrente di ricerca già isolata — il lavoro mediato da piattaforma. Qui il riferimento più rilevante non nasce dalla tradizione della salute occupazionale ma da quella della protezione dei dati: il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (Regolamento UE 2016/679), che all'articolo 22 riconosce alla persona il diritto di non essere sottoposta a una decisione basata unicamente su un trattamento automatizzato che produca effetti giuridici significativi, salvo eccezioni e con diritto a ottenere intervento umano. È una norma che non nomina il tecnostress e non nasce per contrastarlo, ma che intercetta esattamente uno dei suoi meccanismi più specifici in questo ambito — la mancanza di un interlocutore a cui contestare una valutazione. Più recentemente, la Direttiva (UE) 2024/2831 del 23 ottobre 2024, relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel lavoro mediante piattaforme digitali, introduce obblighi di trasparenza sui sistemi di monitoraggio algoritmico e il diritto a una revisione umana delle decisioni automatizzate significative — un impianto che, ancora una volta, nasce dalla tutela del lavoro su piattaforma, non da una teoria del tecnostress, ma ne copre concretamente la componente più recente e meno studiata.

Quello che manca, ad oggi, è un testo che tratti il tecnostress come oggetto unitario con obblighi specifici — una valutazione delle cinque componenti separate, un requisito di misurazione riconosciuto, un diritto di risposta che copra non solo la decisione algoritmica ma anche il carico e la reperibilità. Il quadro esistente lo intercetta per pezzi, da direzioni normative diverse, ciascuna nata per un problema adiacente. Chi cerca "la normativa sul tecnostress" e si aspetta di trovarla in un solo testo sta cercando qualcosa che, allo stato attuale, non esiste ancora come tale.

Frontiera e punti aperti

Messo insieme il quadro — un costrutto con cinque componenti, tre programmi di ricerca che non parlano sempre la stessa lingua, una normativa che lo intercetta per pezzi — resta da dire onestamente dove la disciplina sta ancora lavorando, e dove probabilmente lavorerà per anni prima di avere risposte solide.

Il primo punto aperto è quello già anticipato ma che vale la pena mettere al centro: la letteratura sul tecnostress non ha ancora un disegno di ricerca capace di separare la causa dall'effetto. Non è un problema di scarsa qualità dei singoli studi, è un problema strutturale del tipo di dato che la disciplina raccoglie di solito. Servirebbero rilevazioni ripetute sulle stesse persone, nel tempo, che seguano un cambiamento tecnologico dal prima al dopo — pochi studi lo fanno, e quelli che lo fanno seguono di norma piccoli campioni per periodi brevi, il che rende difficile distinguere un effetto reale da un adattamento temporaneo che poi si riassorbe. Finché questo non cambia, ogni affermazione forte sul tecnostress che "causa" un esito va trattata con lo stesso sospetto riservato a chi legge una correlazione come se fosse una freccia.

Il secondo punto riguarda una domanda che il modello del 2008 non è stato costruito per rispondere: se il tecnostress prodotto da uno strumento si esaurisca con l'abitudine o si mantenga nel tempo. È una domanda con conseguenze pratiche dirette — se il disagio da un nuovo software è un picco che rientra in pochi mesi, la risposta organizzativa sensata è diversa da quella richiesta se il disagio diventa una condizione stabile perché lo strumento cambia di nuovo prima che l'abitudine si consolidi. La techno-uncertainty, isolata come componente distinta, suggerisce che la seconda ipotesi sia più realistica in molti contesti attuali — ma è appunto un'ipotesi coerente con il costrutto, non un risultato empirico consolidato su questo punto specifico.

Il terzo punto è metodologico e riguarda uno strumento diventato via via più popolare: gli studi che usano dati passivi raccolti dai dispositivi stessi — tempo davanti allo schermo, numero di notifiche, orari di accesso alle piattaforme aziendali — per superare il limite dell'autoreport. È un'evoluzione comprensibile, ma introduce un problema che la disciplina sta ancora discutendo: usare dati di sorveglianza digitale per studiare il disagio causato dalla sorveglianza digitale è un'operazione che richiede una cautela metodologica che non tutta la ricerca recente mostra di avere. Non è detto che il tempo passato su un dispositivo corrisponda al disagio percepito, e la stessa raccolta di questi dati, se percepita dalla persona osservata, può essa stessa alterare il comportamento misurato — un problema di reattività che la psicologia sperimentale conosce da tempo in altri contesti.

Il quarto punto è quello dove le tre correnti divergono più visibilmente e nessuna delle tre ha ancora vinto: se il tecnostress vada trattato come un rischio da mitigare con interventi individuali — formazione, supporto, margini di autonomia nell'uso dello strumento — o come un indicatore che segnala un problema di progettazione organizzativa a monte, che nessun intervento sulla singola persona può risolvere. Non è una domanda a cui la letteratura risponde con un consenso: la corrente dei sistemi informativi tende a cercare soluzioni nell'implementazione tecnica, quella della salute occupazionale nelle risorse psicologiche individuali e nel supporto del superiore, quella sul lavoro di piattaforma nella trasparenza dei sistemi e nel diritto di contestazione. Sono tre livelli di intervento legittimi e non incompatibili, ma la scelta di quale privilegiare non è neutra: decide chi deve cambiare comportamento, e chi invece deve solo essere accompagnato meglio a sopportarne uno che resta immutato.

Quello che manca — e su questo la disciplina, per come è oggi costruita, non può dare risposta — è una misura di chi il tecnostress non arriva nemmeno a riportarlo, perché ha lasciato il ruolo prima che qualcuno gli somministrasse il questionario. Ogni numero passato in rassegna in questo pezzo, dal 2008 alla meta-analisi del 2019, viene da persone ancora dentro un impiego, ancora raggiungibili da chi fa la ricerca. Chi è stato sostituito da un sistema più efficiente, o scartato da una selezione algoritmica prima ancora di essere assunto, non compare né nel numeratore né nel denominatore di nessuna di queste stime. Non è un difetto che si possa correggere con uno strumento migliore: è il limite di guardare un fenomeno organizzativo solo attraverso chi è sopravvissuto abbastanza a lungo da poterne parlare.

Su che cosa si regge

27 affermazioni di questo pezzo sono state cercate una per una nella loro fonte primaria — il paper, il record dell'editore, il testo di legge: 27 confermate. Il controllo lo fa una macchina e non trova tutto: serve a permetterti di controllare, non a sostituirti. Quelle che non reggevano sono state corrette o tolte prima della pubblicazione (16): il registro elenca quello che il pezzo dice adesso.

  1. Craig Brod, psicologo statunitense, ha coniato il termine tecnostress https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/089443938600400428
  2. Craig Brod ha pubblicato nel 1984 il libro 'Technostress: The Human Cost of the Computer Revolution' https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/089443938600400428
  3. Nel 1984 Brod descriveva il tecnostress come una malattia di adattamento causata dall'incapacità di gestire le nuove tecnologie informatiche in modo sano https://www.researchgate.net/publication/273560491_On_the_biology_of_technostress
  4. La definizione di Brod nasceva dall'osservazione clinica, non da una scala psicometrica https://journals.lww.com/co-psychiatry/fulltext/2020/07000/technostress_at_work_and_mental_health__concepts.16.aspx
  5. Fra la definizione di Brod (1984) e lo studio del 2008 che ne fa un costrutto misurabile passano ventiquattro anni https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/isre.1070.0165
  6. Nel 2008 Ragu-Nathan, Tarafdar, Ragu-Nathan e Tu hanno pubblicato su Information Systems Research uno studio che traduce il tecnostress in un costrutto operativo composto da cinque dimensioni https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/isre.1070.0165
  7. Le cinque dimensioni del tecnostress secondo lo studio del 2008 sono: techno-overload, techno-invasion, techno-complexity, techno-insecurity e techno-uncertainty https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2451958824001088
  8. Lo studio del 2008 di Ragu-Nathan, Tarafdar e colleghi ha reso il tecnostress un oggetto misurabile e confrontabile tra organizzazioni diverse https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/isre.1070.0165
  9. Il modello domanda-controllo di Karasek risale al 1979 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10220016/
  10. Il modello sforzo-ricompensa di Siegrist risale al 1996 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9547031/
  11. Nel tecnostress la fonte dello squilibrio è lo strumento con cui il compito va eseguito, non il compito stesso https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/isj.12169
  12. Secondo la letteratura fondativa di Tarafdar e colleghi il tecnostress è definito come lo stress che gli individui sperimentano a causa del proprio uso dei sistemi informativi https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/isj.12169
  13. Nel 2011 Tarafdar, Tu, T.S. Ragu-Nathan e B.S. Ragu-Nathan hanno pubblicato su Communications of the ACM uno studio che introduce il concetto di technostress inhibitors https://dl.acm.org/doi/10.1145/1995376.1995403
  14. Il modello Job Demands-Resources di Demerouti, Bakker, Nachreiner e Schaufeli è stato pubblicato nel 2001 sul Journal of Applied Psychology https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11419809/
  15. Day, Scott e Kelloway hanno pubblicato uno studio nel 2010 come capitolo nella collana Research in Occupational Stress and Well-being https://link.springer.com/article/10.1007/s12599-012-0207-7
  16. La revisione sistematica di La Torre, Esposito, Sciarra e Chiappetta è stata pubblicata nel 2019 su International Archives of Occupational and Environmental Health https://link.springer.com/article/10.1007/s00420-018-1352-1
  17. La revisione sistematica di La Torre e colleghi ha esaminato 105 studi sul tecnostress condotti su popolazioni lavorative diverse https://link.springer.com/article/10.1007/s00420-018-1352-1
  18. Secondo la revisione sistematica di La Torre e colleghi, 84 su 105 studi inclusi sono trasversali https://link.springer.com/article/10.1007/s00420-018-1352-1
  19. Secondo la revisione sistematica di La Torre e colleghi, il tecnostress è associato in modo ricorrente a disturbi psicologici e comportamentali e a una riduzione della soddisfazione lavorativa e della produttività https://doi.org/10.1007/s00420-018-1352-1
  20. In Italia il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro è il decreto legislativo 81 del 2008 https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/salute-e-sicurezza/focus-on/sistema-prevenzione/pagine/default
  21. L'articolo 28 del decreto legislativo 81 del 2008 impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, inclusi quelli riferibili allo stress lavoro-correlato https://www.doctrine.it/norms/laws/itatextb7tmwvankuiqkr/articles/itaartru3i4t57goouon
  22. L'Accordo Quadro Europeo sullo Stress da Lavoro è stato siglato dalle parti sociali europee nel 2004 https://www.repertoriosalute.it/wp-content/uploads/2015/06/ACCORDO-EUROPEO-STRESS-INTERCONFEDERALE-8.10.2004.pdf
  23. L'Accordo Quadro Europeo sullo Stress da Lavoro è stato recepito in Italia dall'Accordo interconfederale del 9 giugno 2008 https://www.repertoriosalute.it/wp-content/uploads/2015/06/ACCORDO-EUROPEO-STRESS-INTERCONFEDERALE-8.10.2004.pdf
  24. L'articolo 19 della legge 81 del 2017 sul lavoro agile prevede che l'accordo individuale individui i tempi di riposo e le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione, senza configurare esplicitamente un diritto autonomo alla disconnessione
  25. La Francia ha introdotto il diritto alla disconnessione con la legge Travail del 2016 https://www.loc.gov/item/global-legal-monitor/2017-01-13/france-right-to-disconnect-takes-effect/
  26. L'articolo 22 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati riconosce il diritto di non essere sottoposti a una decisione basata unicamente su un trattamento automatizzato che produca effetti giuridici significativi https://gdpr-info.eu/art-22-gdpr/
  27. La Direttiva (UE) 2024/2831, relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel lavoro mediante piattaforme digitali, è del 23 ottobre 2024 https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2831/oj?locale=it

Fonti citate

  1. https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/089443938600400428
  2. https://www.researchgate.net/publication/273560491_On_the_biology_of_technostress
  3. https://journals.lww.com/co-psychiatry/fulltext/2020/07000/technostress_at_work_and_mental_health__concepts.16.aspx
  4. https://pubsonline.informs.org/doi/10.1287/isre.1070.0165
  5. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2451958824001088
  6. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/10220016/
  7. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9547031/
  8. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/isj.12169
  9. https://dl.acm.org/doi/10.1145/1995376.1995403
  10. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11419809/
  11. https://link.springer.com/article/10.1007/s12599-012-0207-7
  12. https://link.springer.com/article/10.1007/s00420-018-1352-1
  13. https://doi.org/10.1007/s00420-018-1352-1
  14. https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/salute-e-sicurezza/focus-on/sistema-prevenzione/pagine/default
  15. https://www.doctrine.it/norms/laws/itatextb7tmwvankuiqkr/articles/itaartru3i4t57goouon
  16. https://www.repertoriosalute.it/wp-content/uploads/2015/06/ACCORDO-EUROPEO-STRESS-INTERCONFEDERALE-8.10.2004.pdf
  17. https://www.loc.gov/item/global-legal-monitor/2017-01-13/france-right-to-disconnect-takes-effect/
  18. https://gdpr-info.eu/art-22-gdpr/
  19. https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2831/oj?locale=it

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