Il Burnout Report 2026 di Mental Health UK, basato su un sondaggio YouGov condotto su 4.502 adulti nel Regno Unito, dice una cosa che la maggior parte delle policy di benessere aziendale non prevede: il 96% delle donne ha riferito stress alto o estremo nell'ultimo anno, contro l'86% degli uomini. Dieci punti di differenza, su un campione che sfiora la saturazione — quasi tutte le donne intervistate, in pratica.
Lo stesso report misura un secondo fenomeno, ma smette di farlo per genere: tra chi ha preso un periodo di assenza per pressione o stress elevato, il 27% dichiara di non aver ricevuto alcun supporto al rientro. Solo il 17% ha trovato ad aspettarlo un piano formale di rientro o di recupero dal burnout. Il report non incrocia questo dato con il sesso di chi risponde. Sappiamo chi sta peggio, non sappiamo chi viene lasciato peggio al rientro — ed è un buco di misurazione che vale la pena notare prima di continuare.
Un divario misurato, due letture possibili
Il primo istinto, leggendo un divario di genere nello stress percepito, è cercare una spiegazione nella natura del lavoro che uomini e donne occupano in media — più relazionale, più esposto, più precario. È una lettura legittima e la ricerca la sostiene in parte. Ma il report di Mental Health UK non la testa: è un self-report, raccolto su un panel online, senza — per quanto risulta dai materiali disponibili — una stratificazione dichiarata per settore o livello di responsabilità. Il dato dice che il 96% delle donne percepisce stress alto o estremo; non dice perché la percentuale sia più alta di quella degli uomini, e qualunque spiegazione aggiunta è un'ipotesi, non un risultato dello studio.
Il divario è solido, il meccanismo che lo produce resta da argomentare — e qui la letteratura su genere e burnout offre piste, non conferme definitive.
Il lavoro che non finisce quando finisce il turno
Una rassegna sistematica pubblicata su PMC, Gendered Mental Labor, ha passato in rassegna gli studi sul carico cognitivo del lavoro domestico e di cura non retribuito, trovando in modo coerente che le donne ne sostengono la quota maggiore, con conseguenze associate a disagio emotivo e penalizzazioni di carriera. Un altro lavoro, Gender role perspectives and job burnout, richiama un dato di Ferrant e colleghi del 2014: in Nord America le donne dedicano quasi il doppio del tempo degli uomini al lavoro di cura non pagato. È un dato nordamericano, non trasferibile automaticamente al Regno Unito o all'Italia senza verificare se la distribuzione del carico domestico segua la stessa proporzione — cosa che qui non posso dare per scontata.
Una meta-sintesi qualitativa recente su PubMed, Invisible Bodily Burden in Unpaid Family Caregiving, descrive questo carico come fisico, di genere e strutturalmente rinforzato — ma è una sintesi di studi qualitativi, pensata per restituire un'esperienza comune più che per misurarne la prevalenza. E uno studio sul burnout infermieristico segnala come la femminilizzazione di una professione porti con sé l'assegnazione implicita di compiti di cura che restano fuori da ogni scheda di valutazione, quindi invisibili al sistema che dovrebbe misurare il carico di lavoro. Il filo comune a questi studi è che una parte del lavoro delle donne non entra mai nella definizione di "carico" che l'organizzazione misura — e quello che non si misura, nella pianificazione di un ruolo, semplicemente non esiste.
Nessuno di questi lavori dimostra che il carico di cura spieghi i dieci punti di scarto registrati da Mental Health UK: sono letture correlazionali, alcune qualitative, condotte su popolazioni diverse da quella del sondaggio UK. Restano un'ipotesi plausibile, non una causa accertata.
Il rientro senza piano — per tutti
Il dato sul rientro, nel report, non distingue genere. Ventisette per cento senza alcun supporto, solo diciassette con un piano formale: sono numeri che riguardano l'intero campione di chi è tornato al lavoro dopo un'assenza per stress. Non sappiamo se le donne, che segnalano più stress, ricevano anche meno supporto strutturato al rientro, o se la carenza sia distribuita uniformemente. È esattamente il tipo di incrocio che un report su genere e benessere dovrebbe fare e che qui manca.
Per chi lavora sulla progettazione di interventi HR, questo non è un dettaglio tecnico. Un piano di rientro formale è lo strumento con cui un'organizzazione decide se il periodo di assenza è un problema individuale da gestire al rientro con la buona volontà della persona, o un evento organizzativo da accompagnare con una procedura. L'83% di chi ha preso un periodo di assenza per stress nel Regno Unito è rientrato senza quella procedura. Che la distribuzione per genere resti ignota non cambia la scala del problema: cambia solo quanto bene lo capiamo.
Uno studio del 2024 su operatori sanitari e sociali ha trovato nello straordinario uno dei fattori più fortemente associati al burnout, insieme a livelli elevati di depressione, ansia e stress. Non è uno studio sul genere, ma rafforza un punto adiacente: i fattori organizzativi che producono burnout — orari, carico, mancanza di recupero — sono misurabili prima che il danno si manifesti, non solo dopo.
Il costo che arriva dopo, e non nella slide giusta
Il report di Mental Health UK registra che solo una persona su quattro ritiene che la propria salute mentale sia genuinamente prioritaria e supportata sul posto di lavoro. Nello stesso periodo, secondo il Mercer Global Talent Trends — citato in una sintesi di settore che non ho potuto verificare sulla fonte primaria — l'82% dei lavoratori a livello globale sarebbe a rischio burnout, ma solo circa metà delle organizzazioni avrebbe progettato il lavoro tenendo conto del benessere. Il numero va preso con la cautela che merita una fonte di seconda mano, ma la direzione coincide con quanto emerge dal dato britannico: la progettazione del lavoro e la misurazione del suo costo psicologico viaggiano a velocità diverse, e di solito non si incontrano nello stesso documento decisionale.
È lo schema ricorrente di ogni riorganizzazione che guadagna in produttività nel breve periodo e scarica il logoramento su chi resta, in un trimestre successivo che nessuno collega al primo.
Quello che il report non ha chiesto
Il sondaggio di Mental Health UK intervista persone che lavorano, o che hanno lavorato abbastanza di recente da poter rispondere a un panel online. Non intervista chi, dopo un episodio di burnout, non è più tornato al lavoro — e la letteratura su carico di cura e genere suggerisce che tra le persone che escono stabilmente dal mercato del lavoro dopo un periodo di crisi, la proporzione di donne non sia casuale. Questo significa che il 96% misura lo stress di chi è rimasto abbastanza integro, o abbastanza vincolato, da restare occupato. Chi è uscito del tutto — ed è plausibile che l'uscita sia più frequente proprio tra chi somma al carico lavorativo un carico di cura non misurato — non compare in nessuna delle due percentuali.
Non è un'obiezione al dato: il report fa quello che un sondaggio può fare, e lo fa su un campione ampio. È un promemoria per chi userà questi numeri per progettare un intervento: la quota di stress che si vede è quella sopravvissuta all'occupazione, e la quota di sostegno mancante va letta sapendo che il campione non comprende chi quel sostegno non lo ha mai nemmeno aspettato, perché nel frattempo aveva già smesso di lavorare.
7 fonti, verificate prima di pubblicare
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- https://mentalhealth-uk.org/news-and-insights/burnout-report-2026-high-stress-pushing-workers-into-sick-leave-as-just-one-in-four-feel-mental-health-is-genuinely-prioritised-and-supported-in-the-workplace/
- https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8375289/
- https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10148620/
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36478602
- https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42467546/
- https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10971948/
- https://www.myomnia.health/post/employee-burnout-statistics-2026-latest-trends-causes-and-workplace-insights
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