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Lavoro ibrido

Il lavoro ibrido si è stabilizzato, il dibattito no

I dati Gallup e JLL mostrano una distribuzione del lavoro ibrido ferma da tre anni: il dibattito su rientro in ufficio racconta un'altra fase.

Livia Maiorana · 23 ottobre 2026
Una strada continua, l'altra no; lo spazio fra loro cresce.
Una strada continua, l'altra no; lo spazio fra loro cresce. · Illustrazione di Elia Cairoli v2.9
8 fonti verificate 8 min di lettura

In molte aziende la decisione su quanti giorni si debba stare in ufficio nasce in un posto preciso: la funzione real estate o workplace, che raccoglie settimanalmente i dati di badge o di prenotazione delle postazioni, li aggrega in un utilization rate e li porta al comitato immobiliare o al CFO. È un flusso con un mandato chiaro — ottimizzare il costo degli spazi, decidere se rinnovare un contratto d'affitto — e con un destinatario altrettanto chiaro, che di solito non è la stessa persona che deve far funzionare il coordinamento quotidiano di un team ibrido. Chi decide la policy di rientro raramente è la stessa funzione che poi deve far funzionare il lavoro ibrido sul campo, e questo scollamento spiega più di una cosa del dibattito attuale su RTO (return to office) e lavoro agile.

Una distribuzione ferma da tre anni

Il dato di partenza è americano, ma solido: Gallup rileva che, tra i dipendenti statunitensi con un ruolo compatibile con il lavoro da remoto, il 51% lavora in modalità ibrida, il 21% esclusivamente in presenza, il 28% esclusivamente da remoto. La rilevazione del maggio 2026 della stessa Gallup riporta cifre leggermente diverse — 52% ibrido, 22% in presenza, 26% da remoto — e altre fonti che citano Gallup oscillano in un intervallo di pochi punti. Non è un problema di affidabilità della fonte: è la differenza fisiologica tra rilevazioni successive dello stesso istituto, e tre fonti che misurano la stessa cosa con metodi diversi non confermano un numero, confermano un ordine di grandezza. L'ordine di grandezza, qui, dice una cosa sola: questa distribuzione non si è mossa in modo significativo da tre anni.

Una distribuzione che non si muove per tre anni non è un dato provvisorio, è un equilibrio. Il dibattito pubblico su rientro in ufficio continua però a parlarne come se fosse una fase intermedia, un compromesso temporaneo in attesa che qualcuno — i vertici aziendali, il legislatore, la pressione del mercato del lavoro — lo risolva in una direzione o nell'altra. I dati non sostengono questa cornice. Sostengono l'ipotesi opposta: il modello ibrido a tre giorni non è la tappa di un percorso, è la destinazione a cui il sistema è già arrivato.

I mandati ci sono, l'adesione no

Sul fronte delle policy formali il quadro è coerente con questa lettura. Una rilevazione WTW citata da Archie riporta che oltre due terzi delle aziende nel mondo hanno oggi una policy ibrida ufficiale che richiede la presenza in ufficio per alcuni giorni alla settimana. Ma la stessa rilevazione precisa che meno del 5% delle aziende si aspetta una presenza in ufficio a tempo pieno, cinque giorni su cinque. I dati del Flex Index raccontati da Gable aggiungono un terzo elemento: le aziende che offrivano piena flessibilità — lavora quando e da dove vuoi — si sono ridotte negli ultimi anni, ma non a favore del rientro totale, bensì a favore dell'ibrido strutturato, con giorni fissi.

Tasso medio di utilizzo degli uffici a livello globale
Grafico di Tobia Bairati · v1.3

Un mandato formale e un comportamento diffuso che lo ignora possono convivere per anni senza che nessuno dei due vinca. Le aziende che annunciano mandati RTO più rigidi stanno, nei fatti, formalizzando un ibrido già esistente, non rovesciandolo. È la stessa dinamica che le organizzazioni conoscono da sempre quando un riassetto formale incontra regole informali consolidate: l'organigramma dichiara una cosa, il comportamento reale ne produce un'altra, e la distanza tra i due non si chiude da sola.

Uffici misurati per il bilancio, non per il lavoro

Sull'occupazione fisica degli spazi, però, le fonti divergono più del previsto, ed è una divergenza che vale la pena guardare da vicino perché dice qualcosa sul tipo di domanda che le aziende si stanno ponendo. JLL, nel suo Global Occupancy Planning Benchmark Report 2026 — un confronto costruito su 84 organizzazioni e 716 milioni di metri quadrati in sei macroregioni — misura un tasso di utilizzo globale del 49% nel 2024, del 54% nel 2025, del 56% nel 2026: una crescita lenta ma continua. CBRE, nel suo 2026 Global Workplace & Occupancy Insights su un portafoglio di 28 milioni di metri quadrati, trova per il 2025 un utilizzo del 53%, in salita dal 38% del 2024 e dal 35% del 2023 — una curva più ripida sulla stessa finestra temporale. Spacewell, con dati da sensori su oltre 200 edifici, colloca l'occupazione media intorno al 45%.

Tre istituti, tre portafogli di edifici diversi, tre numeri diversi. Parte della distanza è metodologica in senso stretto: CBRE distingue esplicitamente tra occupancy, la percentuale di postazioni assegnate, e utilization, la percentuale di postazioni effettivamente occupate — nel suo stesso report l'occupancy supera il 100% (postazioni condivise assegnate a più persone) mentre l'utilization resta al 53%. Occupancy e utilization non misurano la stessa cosa, e la differenza non è un dettaglio tecnico: la prima dice quanto spazio è stato allocato sulla carta, la seconda quante persone ci sono davvero passate. Un comitato immobiliare che guarda solo alla prima crede di avere un problema di capienza; chi guarda la seconda scopre un problema di presenza, che è un problema diverso e richiede una risposta diversa.

Questa è la lettura di struttura: tutte e tre le metriche nascono per rispondere a una domanda immobiliare — quanti metri quadrati servono, quanto costa tenerli — non per rispondere a una domanda organizzativa, cioè come coordinano il lavoro i team che oggi si vedono in presenza solo tre giorni su cinque. Ottimizzare il costo immobiliare senza ridisegnare il modo in cui i team coordinano il lavoro ibrido degrada entrambi i sistemi: lo spazio viene tagliato o ripensato in base a un numero che non dice nulla sulla qualità del coordinamento, e il coordinamento continua a essere lasciato all'iniziativa informale di singoli manager, senza che nessuno lo abbia mai progettato.

Il mandato RTO è una questione di discrezionalità

Dietro ogni annuncio di mandato più stringente c'è quasi sempre un obiettivo che non riguarda la produttività, anche quando viene presentato così. Il mandato RTO è, prima di tutto, un tentativo di riprendersi una discrezionalità che il lavoro ibrido aveva spostato verso le persone: la scelta di quando essere visibili, con chi coordinarsi di persona, come organizzare la propria settimana. Il fatto che la conformità reale resti bassa — utilizzo degli uffici ancora lontano dal pieno, secondo tutte e tre le fonti citate — dice che questa ripresa di discrezionalità non sta avvenendo, almeno non nei numeri aggregati. Resta però lo strumento con cui l'azienda segnala, verso l'esterno e verso se stessa, chi ha l'ultima parola sul tempo delle persone. Un mandato che nessuno rispetta pienamente continua a fare lavoro simbolico anche quando non fa lavoro organizzativo.

In Italia manca il dato, non necessariamente il fenomeno

Su questo terreno specifico l'Italia è scoperta. Le rilevazioni citate — Gallup, JLL, CBRE, WTW, Flex Index — sono americane o globali con un peso implicito sugli Stati Uniti; una ricerca mirata su mandati RTO e conformità in contesto italiano non ha prodotto fonti specifiche, solo materiale su scadenze di conformità normativa che non riguarda il tema. Dire che manca il dato italiano è più onesto che importare una percentuale americana e chiamarla trend nazionale. Si può ragionevolmente ipotizzare che, in un tessuto fatto in prevalenza di piccole e medie imprese con funzioni real estate meno strutturate di una multinazionale americana, il coordinamento informale pesi persino di più che altrove — ma è un'ipotesi di plausibilità strutturale, non un dato, e va tenuta distinta da quello che le fonti dicono davvero.

La leva da tirare, e chi può tirarla

Il punto non è convincere le persone a tornare in ufficio più spesso, né spiegare perché non lo fanno con argomenti sulla motivazione o sul senso di appartenenza. La leva non è convincere le persone a tornare, è smettere di trattare la presenza come una proxy della produttività e come unico indicatore su cui costruire policy aziendali. Le funzioni che hanno in mano questa leva sono due, e devono muoversi insieme: la direzione real estate/workplace, che decide quale metrica guardare e a quali soglie reagire, e la funzione HR, che dovrebbe essere coinvolta nella definizione di quelle soglie in base a come i diversi ruoli coordinano davvero il lavoro — non in base a una percentuale uniforme calata dall'alto su tutta l'azienda. Finché l'utilizzo degli uffici resterà un numero che risponde solo alla domanda "quanto ci costa questo edificio", i mandati RTO continueranno a essere annunciati, disattesi, e a non spiegare a nessuno perché la distribuzione reale del lavoro non si è mossa da tre anni.

8 fonti, verificate prima di pubblicare

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  1. https://www.staywiseapp.com/blog/hybrid-work-statistics-2026
  2. https://www.gable.to/blog/post/hybrid-work-statistics
  3. https://archieapp.co/blog/return-to-office-statistics/
  4. https://www.best-coworking.com/insights/office-space-utilization-gap-2026/
  5. https://www.progettodesignebuild.com/cultura/lufficio-deve-guadagnarsi-il-viaggio-progettare-gli-spazi-del-lavoro-nellera-dellai-della-salute-e-dellimpronta-carbonica/
  6. https://tangoanalytics.com/blog/office-utilization-benchmarks/
  7. https://www.rewordin.com/blog/hybrid-remote-work-statistics-2026
  8. https://focusfuturemagazine.com/future-of-remote-work/

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